Pubblicato da: Marcello | gennaio 25, 2008

NBA, tempo di bilanci

 

NBA LOGO

Giunto a metà del suo cammino, il campionato NBA entra nella fase calda che culminerà nella pausa di febbraio per l’All Star Game. Il campionato, oltre alle solite certezze, ha regalato, fin qui, diverse ed interessanti sorprese. Molte erano le aspettative di inizio anno, tante le curiosità soprattutto in casa Boston. Dopo trenta partite giocate è giunto il momento di un primo bilancio sul campionato di basket più bello del mondo.

LE SQUADRE PIU’ IN FORMA – Partiamo dal presente. La squadra più in forma del momento è senza dubbio New Orleans. La squadra di Paul ha inanellato una striscia di sei vittorie consecutive e sembra volare sulle ali dell’entusiamo. Anche I Pistons si sono confermati ai vertici della Central Division. La squadra è solida, esperta e si conosce a memoria. Il quintetto base è il solito da diversi anni: Billups, Hamilton, Prince, McDyess, Wallace, ma le garanzie non mancano. Il punto di forza della franchigia è proprio l’assenza di una vera stella: tutti contribuiscono alla causa, non ci sono prime donne da accontentare. Il punto debole? Senza dubbio la panchina, poco profonda e senza un degno sesto uomo, non me ne voglia Maxiell. L’obiettivo è il titolo, ma se lo dovranno sudare. A Boston sembra filare tutto liscio. La squadra ha il miglior record della lega e sta andando oltre le più rosee aspettative, inanellando continue strisce vincenti. Allen, Garnett e Pierce sono uno spettacolo ed intorno a loro crescono funghi interessanti. Uno su tutti quel Rajon Rondo tanto criticato in avvio di stagione quanto apprezzato adesso. I playoff sono dietro l’angolo, il titolo può essere alla portata. Unico dubbio: nella post season i big three saranno spremuti come limoni, sta a loro presentarsi nelle migliori condizioni all’appuntamento. Una citazione anche per Portland. I giovani ragazzi di coach McMillan, dopo il grave infortunio di Oden, prima scelta assoluta,si sono ripresi alla grande. I playoff non sembrano più un miraggio. Da non sottovalutare la stagione dei Lakers.

LE SQUADRE IN CRISI – Dopo il titolo vinto due anni fa, Miami sembra precipitata in un pozzo senza fondo. Difficile uscire da questa situazione. Nonostante lo strapotere di Wade, stella indiscussa che non smette di brillare, la squadra è vecchia, logora. Il record di 8 vittorie e 24 sconfitte fa rabbrividire e commuovere i nostalgici. L’infortunio, probabilmente il ritiro, di Mourning peserà sulle rotazioni di coach Riley. Uno Shaquille O’Neill in fase calante non promette troppe gioie ai tifosi della Florida. Di New York c’è poco da dire. Il talento è tutto li da vedere, ma la squadra, una accozzaglia di giocatori senza una guida solida in panchina, non è in grado di esprimerlo al meglio. Il declino di Marbury ne è una prova. C’è bisogno di una scossa nella Grande Mela. Non se la passano per niente bene nemmeno nel Minnesota. Dopo la partenza di Garnett, la squadra è stata rifatta. Il peggior record della lega pesa però come un macinio. Unica nota positiva, la stagione del giovane Al Jefferson, arrivato nello scambio che ha portato Garnett a Boston. Il ragazzo sta mettendo insieme cifre di tutto rispetto: 20 punti e 12 rimbalzi di media sono un ottimo biglietto da visita. Serve tempo, se ne riparlerà. Che dire di Chicago. Squadra di talento che sta però avendo grandi difficoltà in questo inizio. Sotto tono molti big, primo fra tutti Hinrich ma anche Luol Deng. Questa doveva essere la stagione della sua esplosione definitiva, ma per adesso sta deludendo le aspettative. Ben Wallace non sembra più il muro che ricordano bene a Detroit. Serve un cambio di rotta che a questo punto della stagione è ancora possibile.

I NOSTRI RAGAZZI – Da buoni italiani, parliamo dei nostri ragazzi. Bargnani, giocatore al secondo anno, era chiamato ad una conferma in questa stagione. Fino adesso, nonostante qualche grande partita, sta deludendo le aspettative. 9 punti e 3 rimbalzi non sono grandi cifre anche se il minutaggio non è elevato, appena 24 minuti di media. L’importante per Andrea è guadagnarsi la fiducia di coach Mitchell che in alcune occasioni lo ha fatto partire dalla panchina. Coraggio, il talento c’è, manca solo un po’ più di convinzione e di cattiveria agonistica. Rimandato. Belinelli, catapultato nel mondo NBA quest’anno, sta faticando molto a trovare spazio nella sua squadra, appena otto minuti di media. Non gode della fiducia di coach Nelson, non troppo propenso a dare spazio alle matricole. Stagione di ambientamento, che gli servirà per farsi le ossa nel mondo della pallacanestro americana. Su col morale.

LA CLASSIFICA NBA

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Pubblicato da: Marcello | gennaio 25, 2008

All Star Game, scelti i quintetti di partenza

EST

 

Febbraio, nella NBA, è il mese della partita delle Stelle. I migliori giocatori della lega si affrontano in un match che vede contrapposte le due conference: Est ed Ovest. I cinque titolari delle due squadre vengono scelti dal pubblico tramite votazione on-line. I restanti sette giocatori, che comporranno la panchina di ogni squadra, saranno scelti dagli allenatori delle rispettive formazioni. Si è chiusa oggi la votazione del pubblico ed i quintetti di partenza delle due conference sono stati designati. La partita delle Stelle, in programma il 17 febbraio a New Orleans, vedrà protagoniste due formazioni incredibilmente ricche di talento. Il meglio del meglio in una sola partita.

 

 

EST – Le guardie titolari saranno Dwyane Wade (Miami) affiancato, nel ruolo di playmaker, da Jason Kidd (New Jersey). Il ruolo di ala piccola sarà occupato dal devastante talento di LeBron James (Cleveland). A formare la front-line dell’Est toccherà a Kevin Garnett, stella di Boston e giocatore più votato con ben 2.108.831 preferenze, e al potente centro Dwight Howard (Orlando). Davvero niente male. A Jason Kidd il compito di dirigere un’orchestra talentuosa ed esplosiva. Se ne vedranno delle belle.

 

OVEST – Anche il quintetto dell’Ovest non è male. Le guardie saranno Kobe Bryant, stella dei Los Angeles Lakers, e Allen Iverson (Denver), cannoniere devastante in grado di tagliare in due ogni difesa. A fargli compagnia nel ruolo di ala piccola ci sarà Carmelo Anthony, giocatore dal talento cristallino anch’egli dei Denver Nuggets. Il cinesone Yao Ming (Houston) ed il caraibico Tim Duncan (San Antonio) completano il quintetto, rispettivamente nella posizione di centro e ala grande. Che lo spettacolo abbia inizio.

 

A breve vi sarà indicato il sito per vedere l’evento in diretta on-line gratuitamente!!!

Pubblicato da: Marcello | gennaio 21, 2008

Belinelli si confida: “Gioco poco, ma non mollo”

Belinelli

 

In un’intervista rilasciata alla Rivista Ufficiale NBA, Marco ci spiega come sta vivendo il suo primo anno tra i pro. Annata difficile dal punto di vista del minutaggio e del rapporto con coach Nelson, ma ugualmente importante per riuscire a capire il nuovo mondo nel quale è stato catapultato. E’ sereno, Marco, consapevole della situazione e sicuro che presto arriverà anche il suo momento. Per adesso, sotto col lavoro. Questo è l’importante.

 

LA SUA AMERICA – “Qui è davvero tutto diverso rispetto all’Italia. Capita di andare via una settimana e vedere anche quattro o cinque posti diversi”. E che posti! Leggendo tra le righe si intuisce come Marco provi un’emozionante frastuono interiore di fronte alle enormi città americane. Come se fosse un puntino in mezzo ad un universo fatto di grattacieli. “Nulla a che vedere con le trasferte a Montegranaro”, sottolinea il giornalista Pietro Scibetta. Affermativo, risponde il Beli, concentrandosi anche sull’aspetto organizzativo della NBA: “L’organizzazione a supporto della squadra è clamorosa, non dobbiamo nemmeno portare le borse in aeroporto. Siamo sempre negli alberghi migliori vicino a tutto e soprattutto all’arena. E’ davvero tutto al massimo livello”. Abituato all’Italia, è un bel salto nella lussuosa lega americana.

 

IL RUOLO – Una guardia tiratrice, atletica, che non disdegna la penetrazione e che sa farsi valere anche dalla lunga distanza. Questo è Marco, almeno quello che calcava i campi italiani con la maglia della Fortitudo. Si, perché adesso: “Sto giocando da playmaker – dice – anche se non è il mio ruolo naturale. Credo però di poterlo fare e sono pronto ad adeguarmi se è quello che vuole l’allenatore”. Già, l’allenatore. Ogni suo desiderio è un ordine, coach Nelson e visto che Marco gioca appena otto minuti scarsi di media, potrebbe anche giocarseli da centro. Scherzi a parte: “Prima di arrivare qua – prosegue Marco – sapevo che sarebbe stata dura, non avevo nessuna garanzia. Non potevo certo pretendere nulla, se non lavorare moltissimo e dimostrare sul campo che i Warriors hanno fatto bene a prendermi”.

 

IL GRUPPO – Ma c’è qualcosa che la gente non sa, qualcosa che ha colpito in positivo lo stesso Belinelli, il quale sottolinea con un sorriso: “Siamo un gruppo unico ed è molto bello farne parte”. Inoltre, Marco ci rivela di una piacevole amicizia nata tra lui e Baron Davis, playmaker leader dei Guerrieri di Golden State: “Il rapporto con Baron – dice – è fantastico. Tra noi, da tre mesi a questa parte, è nata una bella amicizia. Spesso andiamo a mangiare fuori o troviamo le occasioni per stare insieme”. Fa piacere sentire che la superstar della squadra californiana abbia preso il giovane Marco sotto la sua ala protettrice. Avere buoni rapporti all’interno dello spogliatoio non può che facilitare e rendere più piacevole la permanenza del Beli in California.

LEGAMI CON L’ITALIA – Non gli è mancato, in questi primi mesi americani, l’affetto da parte degli amici lasciati in Italia. Gianmarco Pozzecco ha fatto sapere più volte di credere nelle capacità di Marco dicendosi sicuro di una sua prossima esplosione. “Che altro posso dire? Gli voglio bene”, ed aggiunge: “Sento spesso anche Mancinelli, ovviamente continuo a fare il tifo per lui e per la Fortitudo”. A noi non rimane che fare il tifo per il Beli augurandogli tutto il bene di questo mondo.

Pubblicato da: Marcello | gennaio 21, 2008

Chi è il miglior playmaker della NBA?

Nash

Ne abbiamo scelti quattro. Potevano essere molti di più, ma abbiamo preferito puntare su quei giocatori che si avvicinano ai dieci assist di media. Playmaker puri, dunque, giocatori che amano molto far segnare gli altri oltre ad essere decisivi quando si tratta di fare punti. Fra i grandi esclusi, una citazione la meritano Baron Davis, play di Golden State con 22 punti e 8 assist a partita, ed ovviamente Tony Parker, leader dei San Antonio Suprs con 20 punti e 6.5 assist per allacciata di scarpa. Ma è tempo di capire chi è il miglior playmaker puro dell’NBA. Via alle nomination.

STEVE NASH – Playmaker dei Phoenix Suns classe 1974. Votato per ben due volte consecutive miglior giocatore della lega, stagione 2005 e 2006. Il bianco canadese viaggia, in questa stagione, a 17 punti e 11.9 assist di media. Leader assoluto nella classifica delle assistenze, Nash è un giocatore dal talento straordinario. Grandissima visione di gioco, fantasia enorme con la palla in mano, tiratore superbo. Ha tutto ciò che serve ad un playmaker. Spesso e volentieri i suoi passaggi sono conditi da numeri elettrizzanti, quasi avesse gli occhi dietro la testa. L’unico suo punto debole è la difesa, anche se è notevolmente migliorato dai suoi primi anni in NBA. Giocatore dal fisico normale, in una lega super atletica, il canadese è il direttore d’orchestra di una delle squadre più spettacolari del campionato.

JASON KIDD – Play dei New Jersey Nets classe 1973. Se si guardano i punti, 11.5 di media, suo minimo, sembra che Jason sia ormai giunto al capolinea della sua lunghissima carriera in NBA, ben 13 stagioni. Non è mai stato un grandissimo realizzatore, né un eccelso tiratore. Ma i punti non sono tutto e mister tripla doppia lo sa bene. 8.8 rimbalzi di media, oltre ad essere il suo massimo in carriera, lo proiettano direttamente nella classifica dei migliori rimbalzasti della lega, esattamente al 30° posto. Non male per un playmaker bianco dal fisico sicuramente non eccezionale. Ma quello che stupisce ancor di più è che Kidd sta viaggiando a 10.6 assist di media. Sono il suo secondo miglior risultato in carriera, dopo il 10.8 del ‘98-’99. Giocatore completo come pochi, vive e gioca il basket a 360°.

CHRIS PAUL – Talentuoso playmaker dei New Orleans Hornets classe 1985. Il giovane Paul, al suo terzo anno in lega, sta mettendo in piedi una stagione impressionante: 22 punti di media conditi da 10.4 assist, 3° posto nella classifica dei migliori passatori. Davvero niente male per un piccoletto di 183 centimetri! Nonostante l’altezza non sia il suo forte, il giovane play da Wake Forest, oltre ad essere un ottimo passatore, fa della penetrazione la sua arma migliore. Non ha paura di buttarsi in area pitturata tagliando in due le difese avversarie con fulminee penetrazioni. Dispone di un buon tiro da fuori, non ancora dall’arco dei 3 punti, e di interessanti doti difensive. Giocatore completo con ancora margini di miglioramento. La grande stagione degli Hornets porta sicuramente la sua firma.

DERON WILLIAMS – Playmaker degli Utah Jazz. Classe 1984. Anch’egli, come Paul, è al terzo anno tra i pro. Forse dei quattro è il migliore tiratore puro, dalla tecnica straordinaria. Questo fa di lui un grande attaccante con i suoi 19.4 punti di media. Se la cava molto bene anche a passare. I 9.1 assist di media lo dimostrano. Vale lo stesso discorso fatto per Paul: è già uno dei migliori nel suo ruolo, ma la giovane età fa pensare ad ulteriori miglioramenti futuri.

IL VINCITORE – Accidenti! Non è per niente facile scegliere tra questi quattro straordinari giocatori. Siccome la domanda del titolo implica una risposta, un nome lo devo fare. Se scegliessi in relazione all’età, prenderei Paul tutta la vita. Sarebbe però troppo facile. Ecco perché, a mio giudizio, la palma di vincitore va a Steve Nash. Esperto, talentuoso, offensivamente devastante. Vederlo giocare è veramente uno spettacolo, come spettacolari sono i sui passaggi. Il miglior playmaker puro attualmente nella NBA è dunque il bianco canadese, senza nulla togliere agli altri. Lunga vita Steve!

Pubblicato da: Marcello | gennaio 20, 2008

Caro Ancelotti, ti è andata bene!

Ancelotti 

“Carlo, ma quando un allenatore fa entrare un giocatore ad 8 minuti dalla fine, crede davvero di poter cambiare qualcosa?”, chiede un sorridente Massimo Mauro, raggiante insieme all’amico Sconcerti a Sky Calcio Show. Il buon Carletto, frastornato dagli schiaffi affettuosi rifilategli da Gattuso dopo il gol del Gila, risponde: “Certo che no, ho messo Gilardino per qualche spizzata di testa sulle palle alte”. Quindi, se un allenatore non crede di poter risolvere la partita con un cambio negli ultimi 8 minuti, perché Gilardino è stato messo in campo? Spizzate a parte, per dargli il contentino? Per provare a non vincere la partita? Perché si è accorto di averlo tra i panchinari? Perché si è reso conto che Ronaldo non stava più in piedi? Un po’ tardi, no? Non si sa come né perché, fatto sta che il Gila, per fortuna del Milan, è entrato realizzando il gol decisivo che ha regalato i tre punti ai rossoneri. Alla luce di tutto ciò posso permettermi di dire: “Carlo, ti è andata bene”.Vivissimi, fortunosi complimenti.

 

PARTITA BLOCCATA – La partita di Udine, sembrava destinata a scivolare via sui binari di uno scialbo 0 a 0. I tentativi del Ka-Pa-Ro verde-oro, osannato ed esaltato contro il Napoli, si infrangevano di fronte alla solida difesa friulana, guidata magistralmente da un sontuoso Zapata. Un palo di Ronaldo, gran tiro da fuori area, altre due iniziative del Fenomeno e qualche innocuo spunto di Kakà e Pato, erano poca roba agli occhi di quei tifosi rossoneri letteralmente ubriacati dalla cinquina casalinga della scorsa domenica. Fra i pali milanisti, un sicuro Kalac, in grado di non far rimpiangere il miglior Dida di questi tempi, impediva al talento offensivo dell’Udinese, abbagliante nel duo Quagliarella-Di Natale, di far crollare le fondamenta alla difesa rossonera.

 

SCACCO MATTO IN TRE MOSSE – Il pareggio, insomma, sembrava star bene a tutti, cosa incredibile per un Milan in piena corsa per il quarto posto. Una corsa più simile ad una ripida scalata che ad una leggera sgroppata. Ha dell’incredibile anche l’immobilismo del buon Carletto che, di fronte alle difficoltà della squadra, continuava a masticare chewingum amari, dimenticandosi dei tre cambi che per regolamento ogni squadra di calcio ha a disposizione. Con un Bonera bloccato sulla difensiva ed incapace di essere pericoloso in attacco, si limitava a continui retropassaggi, perché non buttare nella mischia Oddo? Anche se non è in forma, il generoso Massimino è pur sempre un esterno di ruolo. Con un Pirlo squalificato ed in mancanza di un vero cervello a centrocampo, perché non provare Emerson per qualche minuto, invece che per pochi secondi finali? Il brasiliano ha sicuramente piedi più delicati di Ambrosini o Gattuso. Ed infine, con un Ronaldo comprensibilmente in debito di ossigeno che andava pian piano esaurendo la benzina, perché non dare fiducia a Gilardino? Certo, è stato suo il gol decisivo, ma è pur sempre arrivato dopo soli 8 minuti di presenza in campo. Quindi: grandissimo Gilardino che si è fatto trovare pronto o distratto Ancelotti che quasi se l’era dimenticato? Io, sto con la seconda opzione.

 

CI PENSA IL GILA – E ci ha pensato lui. Alla faccia di tutti coloro che ormai pensano solo al duo Pato-Ronaldo, alla faccia di coloro che lo vorrebbero già in maglia viola in cambio di Frey. Alberto non si è perso d’animo ed ha risposto presente entrando ad otto minuti dalla fine con una faccia cattiva, come non si vedeva da tempo. Segno che la scomoda permanenza in panchina ha contribuito a scatenare la voglia rabbiosa del Gila. Una voglia che è tutta li da vedere, in quel pallone sradicato dai piedi incoscienti di Obodo, in quel taglio nell’area di rigore, in quel pallone domato e scaraventato in rete, in quel sorriso ritrovato che Alberto si concede a fine partita, consapevole di aver fatto qualcosa di importante per il suo Milan. Altri tre punti conquistati nella corsa verso il quarto posto, non sono pochi. Con il ritorno di Pirlo ed un Gila così decisivo inizieranno presto anche i veri problemi di Carletto, auguri. Intanto, Ancelotti si sarà ricordato di avere in panchina un grande attaccante. Smemorato.

Pubblicato da: Marcello | dicembre 24, 2007

Milan, Yokohama già dimenticata?

Dida farfallonne

Può una sola partita cancellare quell’onda di entusiasmo che ha cullato il Milan al ritorno dal Giappone? Può una sola partita mettere in dubbio le certezza di una squadra campione del mondo? Se la partita in questione è il derby, la risposta non può che essere affermativa. Brucia, e tanto, la sconfitta rimediata dai rossoneri contro gli storici rivali dell’Inter. Ma quello che più preoccupa, in casa milanista, e che si è evidenziato nel derby, sono le lacune alle quali la squadra non riesce più a sopperire.

IL PORTIERE – Vogliamo parlare di Dida? Assoluto protagonista di tutte le trasmissioni sportive della domenica: preso in giro, accusato, sbeffeggiato, invitato ad essere deportato e abbandonato su un’isola deserta. Il portierone rossonero, in termini di stazza ovviamente, l’ha combinata ancora una volta grossa, anzi, grossissima. L’indecisione sul primo gol e la super papera sul secondo ne hanno fatto l’indiscusso protagonista, in negativo, del derby milanese. Difficile credere alla stima e alla fiducia che la società continua a concedergli sotto forma di imbarazzanti elogi alle sue macabre prestazioni. Il vero problema non è Dida ma il voler cancellare o nascondere il problema stesso. Altro punto focale è la mancanza di alternative in casa rossonera. Questo costringerà la società a dover insistere sulla strada “Didastrata” del portiere brasiliano.

GLI ESTERNI – Parliamo ovviamente della difesa. Se i centrali sembrano essere insuperabili, tutti a Miami se si torna nelle condizioni di Nesta, a preoccupare, soprattutto nel derby, è stata la prestazione degli esterni di difesa. Maldini è parso in difficoltà a ricoprire un ruolo che ormai non è più suo. Una domanda ad Ancelotti: ma Jankulovski dov’era? Sinceramente non si spiega. La vera delusione è però l’involuzione, che sembra non arrestarsi, di Massimo Oddo. Dopo una buona passata stagione, l’esterno ex Lazio sembra tutto tranne che un giocatore convinto dei propri mezzi, lontano parente dell’Oddo che fu. I suoi cross sono letteralmente buttati a caso da qualche parte del campo, non si sa bene dove, forse non lo sa nemmeno lui. Spaesato.

L’ATTACCO – Si, il pallone d’oro, ma poi? Con un Ronaldo inesistente, quasi irritante, le responsabilità se le sono accollate il solito Pippo Inzaghi e Gilardino. Il primo, grande protagonista a Yokohama, non è più in grado di sostenere tanti impegni ravvicinati. Lo si è visto, anzi non lo si è visto, nel Derby. Una comprensibile evanescenza. Vogliamo parlare del Gila? L’attaccante biellesse sembra trovarsi a suo agio nelle partite con le “piccole squadre”, nelle quali dimostra grandi doti, buona convinzione ed intesa con i compagni e soprattutto dove sforna gol a raffica. Con la Juve, a Yokohama, nel derby, insomma nelle grandi partite, Gilardino sembra nascondersi piano piano, quasi impaurito, timoroso di non si sa bene cosa. Forse, il ragazzo, sente troppo la pressione, l’importanza delle partite gli procura un evidente tremolio alle gambe. Una mancanza dei giusti attributi?

IL FUTURO – “A gennaio avremo un Pato in più”; “ma quanto è forte Pato”; “sarà il futuro pallone d’oro”; “sogniamo il trio brasiliano Pato-Ronaldo-Kakà”. Frasi che circolano nell’ambiente rossonero, frasi che lasciano un po’ sconcertati. Aggrapparsi al 18enne brasiliano sembra una mossa disperata, quella di una squadra che non ha alternative. Confidiamo tutti in Pato, siamo tutti curiosi di vederlo all’opera, ma i problemi del Milan cominciano da un portiere che non c’è più e da un Ronaldo che non c’è mai stato.

Pubblicato da: Marcello | dicembre 22, 2007

Portland, 10 e lode

Portand Logo

Dopo un avvio stentato, la franchigia dell’Oregon sembra inarrestabile. Con l’ultima vittoria ottenuta sui Denver Nuggets, salgono a dieci i successi consecutivi inanellati dalla squadra di coach Nate McMillan. Nessuna franchigia è riuscita, in questa stagione, ad ottenere così tante vittorie consecutive. La formazione più giovane della lega sembra puntare con decisione ai playoff.

INIZIO DIFFICILE – L’avvio di stagione, tuttavia, non è stato dei migliori. Grande era l’entusiasmo in città per l’arrivo della prima scelta assoluta all’ultimo draft, Greg Oden. Il centro da Ohio State sembrava il giocatore ideale a completare la squadra, l’uomo adatto a tappare la falla  causata dalla partenza estiva di Zach Randolph, destinazione New York. Nessuno poteva però immaginarsi che il 14 settembre scorso, il promettente Greg si sarebbe infortunato gravemente al ginocchio durante una seduta di allenamento. Per lui, stagione conclusa ancora prima di iniziare. A Portland scoppia il pandemonio: i tifosi chiedono addirittura di essere rimborsati dalla società per l’accaduto. Se il buongiorno si vede dal mattino…

PARTENZA IN SORDINA – Gli strascichi lasciati dall’infortunio di Oden sembrano intaccare l’umore della squadra, della dirigenza, del coach. Tutto questo incide in maniera negativa sull’avvio di stagione dei Trail Blazers. La squadra continua a collezionare sconfitte, gioca male, sembra demotivata. Sono solo 5 le vittorie ottenute nelle prime 17 partite. Un record fortemente negativo.

LA SVOLTA – Non si sa come, né perché, fatto sta che la franchigia barzelletta della lega si trasforma cambiando letteralmente marcia. Le vittorie cominciano ad arrivare con continuità, il gioco migliora, l’intesa tra i compagni cresce. Trascinati da un grande Brandon Roy, eletto rookie dell’anno nella scorsa stagione e ulteriormente migliorato quest’anno con 20 punti di media, 4 rimbalzi e 5 assist, i Trail Blazers cominciano a volare. Le sconfitte sono solo un ricordo, mentre le vittorie arrivano a dieci in altrettante partite. L’ultima, quella ottenuta contro i Denver Nuggets la scorsa notte.

NON SOLO ROY – Gli elogi vanno anche a coach McMillan, un allenatore che sta dimostrando di saperci fare con i giovani ragazzi di Portland. Così, al fianco di Roy stanno crescendo anche altri giocatori dal grande potenziale e dall’avvenire assicurato. Uno su tutti, LeMarcus Aldrige, ala grande classe ‘85 che sta mettendo insieme cifre molto interessanti: 18 punti e 7 rimbalzi di media.  Travis Outlaw e Martell Webster sono altri due ragazzi terribili: guardia il primo, ala il secondo. Il futuro è con loro. Per quanto riguarda il presente, a Portland, si comincia a parlare di plyoff, un sogno, non più irrealizzabile.

Pubblicato da: Marcello | dicembre 17, 2007

Suonare il clacson è arte comunicativa!

Clacson

 

Assediato dai rumorosi sfoghi di automobilisti impulsivi, abitando in una piazza fiorentina se ne sentono davvero delle belle, mi sono trovato di fronte a due alternative: cambiare casa, ultima delle spiagge per uno studente, oppure rassegnarmi ad una tragica e sonora convivenza. La scelta è ricaduta su quest’ultima, più realistica, opzione.

 

Partecipando quotidianamente ai concerti automobilistici, partecipazione forzata e disimpegnata allo stesso tempo, sono giunto ad una conclusione: anche il suono del clacson comunica qualcosa. Proprio così: suoni diversi, hanno significati diversi, una sorta di linguaggio sonoro che gli automobilisti sembrano aver compreso, un vero e proprio codice. Ogni suono comporta infatti una reazione diversa da parte del destinatario. Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

 

Suono breve e di ridotta intensità: viene pronunciato dagli automobilisti fermi in coda al semaforo. Nell’istante in cui scatta il verde, il primo della fila ha l’obbligo di scattare in una frazione di secondo. Se ciò non avviene ecco partire dalle retrovie un “Pi” di avvertimento. Un segnale rapido che significa: “Muoviti, è verde”. Non è un suono aggressivo, ma volto a segnalare in modo garbato l’arrivo del verde al distratto di turno.

 

Suoni brevi alternati: vengono utilizzati amichevolmente per attirare l’attenzione di passanti con lo scopo di ricevere in cambio un saluto. L’automobilista che vede passeggiare sul marciapiede un suo conoscente pronuncerà il classico “Pi, Pi, Pi”, una serie di rapidi suoni che significano: “Voltati, ci conosciamo, salutami”.

 

Suono lungo e di forte intensità: è un suono usato in maniera difensiva che deriva da uno spavento causato da un evento improvviso. Il classico esempio è quello di una precedenza non rispettata che avrebbe potuto causare un incidente. Per sicurezza, per sentirsi più protetto, l’automobilista sfoga l’adrenalina sul clacson emettendo un suono sordo, di lunga durata: “Pooooooo”. Come dire: “Stai attento, guarda dove vai”. Anche con espressioni più colorite.

 

Suoni lunghi alternati e di forte intensità: sono suoni pronunciati dall’automobilista che vede pian piano esaurirsi la sua pazienza Un misto di sconforto e rassegnazione. Capita in occasioni particolari e statiche: un’auto parcheggiata male non permette l’uscita o l’entrata o il passaggio ad un’altra vettura. La classica situazione nella quale un ostacolo si pare davanti al malcapitato. Ne conseguirà una serie interminabile di “Pooo, Pooo, Pooo” che significano: “Aiuto, qualcuno faccia qualcosa, sono intrappolato”. Una sorta di SOS inviato all’intero quartiere.

 

Avendo a disposizione un unico suono, l’automobilista si è ingegnato per renderlo comunicativo. Combinazioni significanti, durate differenti, intensità variabili, hanno arricchito un semplice e sgradevole suono. Anche suonare il clacson può essere un modo come un altro per comunicare qualcosa a qualcuno. Un po’ come gli squillini al cellulare.

Pubblicato da: Marcello | dicembre 17, 2007

Il San Paolo vuole Adriano!

Adriano

Incredibilie bomba di mercato: l’attaccante brasiliano dell’inter, fresco vincitore del bidone d’oro 2007, è nelle mire del presidente De Laurentis…

La società partenopea, sostenuta dall’intero stadio San Paolo, e d’accordo con il tecnico Reja, è pronta a sferrare il colpo grosso nel prossimo mercato di gennaio

I tifosi possono cominciare a sognare la devastante coppia Adriano-Lavezzi… Che il sogno continui, dunque, a meno che non si tratti di un errore comunicativo

Pubblicato da: Marcello | dicembre 16, 2007

Pillole di sapere: arrivano i Knols di Google

Google

E’ della scorsa notte, l’annuncio, da parte di Google, del lancio di un nuovo progetto per migliorare la ricerca nell’oceano informativo del Web. Si tratta di Google Knol, una sorta di enciclopedia realizzata da chiunque dimostri la sua esperienza in determinati campi del sapere. 

Google Knol, abbreviazione del temine Knowledge, conoscenza, sarà quindi un insieme di pagine web, dedicate ad un preciso argomento e redatte da esperti in quel settore. Ogni pagina Web rappresenterà un’unità di conoscenza, Knol, che il motore di ricerca più famoso del mondo inserirà nel suo sterminato database. Con questo nuovo progetto, Google mira ad avere Knols per qualsiasi tipo di argomento, in modo da soddisfare tutte le esigenze informative e conoscitive che le ricerche on line richiedono.

L’obbiettivo di Google è quello di vedere ai primi posti, di qualsiasi ricerca, le sue pillole di cultura.  Gli autori dei Knols potranno così godere di grandissima visibilità: i loro nomi saranno, infatti, messi in evidenza. Ne risulterà sicuramente una maggiore responsabilizzazione dell’autore a tutto vantaggio della professionalità, completezza e credibilità delle voci.  

I più scettici pronosticano la fine prossima della grande enciclopedia Wikipedia, sostenendo che l’obbiettivo primario di Google sia proprio quello di scalzare Wikipedia dal suo monopolio. Lasciandosi andare ad espressioni come “Google vuole affondare Wikipedia”, “Google tenta un attacco a Wikipedia”, insomma il progetto Knol viene visto come una vera alternativa all’enciclopedia on line più famosa. Ci terrei però a sottolineare come le due applicazioni seguano logiche diverse, ma complementari.  

Wikipedia è il salotto della collaborazione dove tutti possono entrare, anche senza invito, per dire la loro, per farsi ascoltare. Attraverso una semplice finestra di editing, chiunque può partecipare attivamente alla creazione, alla modifica, all’approfondimento dei contenuti. Questa è la logica del Wiki. 

Google Knol è tutt’altra cosa. I contenuti non vengono creati attraverso la collaborazione di più persone, ma sono realizzati da singoli autori esperti. I Knols, inoltre, non possono essere modificati dai visitatori. All’interno del salotto non può entrare nessuno tranne l’esperto autorizzato. Google mira ad un maggiore controllo e credibilità dei contenuti.  

Due logiche diverse, dunque. L’una non esclude l’altra, ma entrambe si completano. Tutto questo andrà a vantaggio dell’internauta che potrà utilizzare al meglio le due applicazioni vedendo moltiplicarsi le possibilità di conoscenza. Wikipedia non morirà…

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